Sono trascorsi più di 20 anni dall’introduzione nell’articolo 117 della Costituzione dei Livelli Essenziali di Prestazione (LEP), grazie ai quali lo Stato italiano dovrebbe garantire l’erogazione, su tutto il territorio nazionale, di servizi e prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, quali la salute, l’istruzione, l’assistenza sociale e i trasporti.
Non solo, lo Stato, sempre secondo la Carta costituzionale, dovrebbe poter essere in grado di garantire a comuni, province, città metropolitane e regioni le risorse economiche necessarie per erogare questi servizi.
Ma contrariamente a quanto dettato dalla Costituzione, dati Istat 2020 alla mano, la diffusione dei servizi nei territori è fortemente eterogenea, tanto che, ad esempio, i servizi prima infanzia, sono stati erogati dall’89,6% dei comuni dell’Emilia Romagna contro il 19,3% dei comuni della Calabria. Anche la Svimez sottolinea in uno dei suoi rapporti come sul fronte dei divari tra Nord e Sud rimangano preoccupanti quelli nella filiera dell’istruzione. Sempre nell’ambito della scuola d’infanzia, la carenza d’offerta a sfavore del Mezzogiorno riguarda in particolare gli orari di frequenza, in quanto al sud è molto meno diffuso l’orario prolungato rispetto al centro-nord. Mentre nella scuola primaria la percentuale di alunni che frequenta a tempo pieno è più bassa nelle regioni meridionali rispetto al resto del Paese. E poi ancora nel Mezzogiorno circa 650 mila alunni delle scuole primarie statali non beneficiano di alcun servizio mensa e circa 550 mila allievi non frequentano scuole dotate di una palestra. Analogamente, il 57% degli alunni meridionali della scuola secondaria di secondo grado non ha accesso a una palestra; la stessa percentuale che si registra nella scuola secondaria di primo grado.
È utile domandarsi, quindi, se la definizione delle soglie di qualità dei servizi e il numero di prestazioni disponibili per ogni cittadina e cittadino, residente in qualunque area geografica italiana, industrializzata o rurale, anziano o giovane, disabile o abile, possa davvero garantire il soddisfacimento dei diritti civili e sociali costituzionali.
Una risposta negativa a questo interrogativo non è una possibilità remota se ad esempio pensiamo alle potenzialità inespresse dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ossia le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini gratuitamente o previo pagamento di un ticket. Possiamo ammettere senza alcuno sforzo che sin dalla loro definizione hanno espresso tutti i loro limiti: vi sono evidenti differenze territoriali per quanto riguarda l’offerta sanitaria, un indice tra tutti è il fenomeno dei viaggi fuori regione per trovare cure efficienti ed espletate in tempi ragionevoli.
La domanda, arrivati a questo punto, appare forse retorica: perché investire tempo, risorse ed energie per definire un ulteriore modello fallimentare?
I Lea ci insegnano che anche sui Lep potrebbero sorgere problemi legati alla tempistica, ossia una volta elencati i servizi bisognerà renderli operativi in tutto il Paese in maniera uguale, e potrebbero passare anni. E poi sui Lep grava la questione delle risorse necessarie a sostenerli. Ad oggi il governo promotore dell’autonomia differenziata si muove nel mondo delle idee, in ballo ci potrebbe essere la possibilità di recuperare il divario tra regioni ricorrendo ai fondi nazionali di sviluppo e coesione e a quelli europei, ma nella realtà sappiamo che sarà molto difficile procedere nel percorso di definizione delle risorse in base alla valutazione dei costi standard. Un’ipotesi quest’ultima che ad esempio non è stata perseguita per i Lea, che invece sono stati strutturati seguendo il mantenimento dell’equilibrio nel bilancio pubblico, ossia il fabbisogno standard corrisponde a ciò che possiamo permetterci.
Sono quindi due gli elementi che andrebbero sottolineati per chiudere il cerchio, il primo è più che altro propositivo, il secondo attiene alla visione politica su cui si basa l’attuale società.
1. Invece di dare alle regioni una maggiore possibilità di intervento, probabilmente sarebbe meglio valorizzare le realtà locali, controllare in maniera seria l’efficienza della spesa pubblica, con il fine di erogare servizi realmente utili e appropriati alle esigenze dei cittadini.
2. I livelli essenziali delle prestazioni, così come altri strumenti introdotti a livello statale, sono l’ennesimo tentativo di gestire questa società in cui tutto viene ridotto a un numero, anche i diritti delle persone. Continuano ad applicare una metodologia aziendale su tutto ciò che attiene alla sfera pubblica, stanno dando un costo ai diritti azzerando il dibattito e limitando la riflessione su di essi e il benessere sociale in base alla loro sostenibilità finanziaria, che potrebbe significare circa 80 Miliardi di euro sottratti allo Stato per l’erogazione dei servizi pubblici tutto il Paese, pari a quanto le regioni ricche intendono trattenere nelle loro casse.





