La nostra vita dipende in maniera indissolubile dalla salute dell’ambiente, perché non solo in esso e grazie a esso noi viviamo ma a esso affidiamo le future generazioni. Ed è chiaro che il nostro stile di vita, le scelte che facciamo, la nostra visione del mondo condizionano, nel bene e nel male, le sorti della nostra rete di conoscenze e a cascata il genere umano. Ne abbiamo avuto prova con il Covid-19 che ci ha fatto capire come e quanto siamo interconnessi.
Anche la politica, la classe dirigente che si incontra, discute, sottoscrive protocolli e prende decisioni di enorme portata, può accelerare o rallentare, se non proprio frenare nel migliore dei casi, il processo di degrado ambientale che ormai è in corso dalla Rivoluzione industriale, e che purtroppo negli ultimi decenni ha subito un forte scatto in avanti.
Quindi se da una parte è assolutamente chiaro che noi dipendiamo dall’ambiente, – si pensi ad esempio alla stima dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) secondo cui circa il 24% di tutte le malattie nel mondo è dovuto all’esposizione a fattori ambientali – è d’altra parte verosimile che l’essere umano possa evitare e prevenire il più grande disastro ambientale di tutti i tempi. Anche perché non possiamo sfuggire da una grande realtà: saremo noi a soccombere tra le specie animali che meno si adattano a nuove condizioni del clima e scarsità di risorse.
La Natura può riprendersi i suoi spazi. Lo ha dimostrato durante la pandemia, quando siamo stati obbligati a fermarci, a bloccare le nostre automobili, capaci solo di intasare e soffocare le città con i gas di scarico. Mentre noi eravamo costretti in casa, la Natura è rinata.

I cittadini e la politica dal canto loro hanno il dovere di raccogliere la responsabilità del momento, senza delegare ai giovani la difesa del loro futuro e di quello delle generazioni che verranno e che già coltivano un’idea del mondo completamente diversa. Lavoro flessibile, dove lo smart working non è una necessità ma una scelta e dove si lavora con orario ridotto alle medesime condizioni retributive, unicamente perché è chiara l’importanza di mantenere viva la propria identità rispettando i personali ritmi; una tecnologia a servizio delle persone e non il contrario; una scuola aggregativa, non chiusa in classi sovraffollate e pericolose e che dia la possibilità di costruire piani di studi personalizzati; un concetto di genere più inclusivo, dove la fluidità non è uno stigma; un più equilibrato rapporto tra essere umano e ambiente, dove le buone pratiche di vita possono evitare catastrofi naturali e morti, sfruttamento incontrollato e violenza.
Arrivati a questo punto la domanda è: se abbiamo a disposizione una comunità di giovani ragazzi connessi a livello globale e pienamente coscienti, se possiamo poggiare le nostre azioni su una seppur esigua base di conoscenza ambientale, se abbiamo fatto passi in avanti sul fronte della mobilitazione sociale e politica, in quanto è indubbio che la comunità internazionale si stia interrogando su dove stiamo andando, perché la Terra continua a essere eccessivamente calda, disidratata, denutrita, avvelenata, spoglia del suo manto verde, non respira più perché non ha sufficiente ossigeno, è irrigidita dal cemento, stanca e malata?
A mio parere principalmente per due motivi.
Il primo di carattere politico, in quanto quello che i decisori a livello mondiale fanno finta di non sapere – per mero interesse – è che la teoria economica alla base dei nostri processi produttivi è fallita, pertanto continuano a riproporre il modello della crescita come soluzione alla crisi. La politica poi, non ha mai prestato alcuna attenzione all’innovazione, e anche per questo il grosso problema ambientale che ormai viviamo da decenni è strettamente legato alla tecnologia: gli strumenti che utilizziamo per vivere e progredire non garantiscono un uso sostenibile delle risorse naturali.
La seconda ragione è anche di matrice sociale e riguarda il concetto di ecologia integrale, un approccio di cui sentiamo parlare ma che è ancora lontano dall’essere interiorizzato. Tanto per dirne una, a livello di singoli viviamo e gestiamo in maniera inconsapevole il peso della crescente digitalizzazione delle attività produttive e dei servizi, che in realtà consumano molta più energia di quanta se ne riesca a ottenere da fonti pulite. Siamo consapevoli in linea teorica dell’importanza di non aumentare le emissioni di gas serra ma dimentichiamo che bisogna diminuire quelli già presenti in atmosfera. Se così non fosse, ogni giorno parleremmo su come bloccare la deforestazione, perché sono proprio le piante a catturare l’anidride carbonica e a restituirci ossigeno. Il discorso però non si limita alla salute dell’atmosfera; anche l’acqua e il suolo sono risorse su cui le nostre attività impattano negativamente: l’uso di pesticidi in agricoltura, gli allevamenti intensivi, la cementificazione, ad esempio, uccidono il ‘suolo vivo’ che non potrà mai più produrre cibo, acqua e ossigeno, nessuna forma di vita animale e vegetale. e come se non bastasse aumentano frane, siccità, inondazioni…
Con ManifestA vorrei continuare un percorso di attivismo in campo ambientale che nel corso di questi anni ha raggiunto piccoli obiettivi di cambiamento grazie alla conoscenza e soprattutto alla partecipazione dei cittadini. Vi dico siateci e vi chiedo di ripensare la società, proprio come già fanno i giovani, di ascoltare la natura, di tenderle l’orecchio e il cuore, perché stiamo correndo troppo sfaldando tutti gli equilibri. Cerchiamo insieme di recuperare l’originaria saggezza umana che nel corso del tempo ha saputo selezionare la strada meno ardua per assicurare la sopravvivenza della specie in ogni angolo del pianeta, tramandando la memoria delle sfide affrontate attraverso tradizioni, credenze, culti e arte e scoperte importanti. Riacquistiamo il nostro viscerale attaccamento alla Terra, senza lasciarci sradicare dal progresso più estremo che ha principalmente favorito l’eccessivo sfruttamento, il quale associato alla mancanza di manutenzione e di cura, ha reso la Terra un luogo inospitale.
Forse dovremmo ritornare a calpestare la terra a piedi nudi per riconnetterci tra esseri viventi e ristabilire l’originario rapporto che, complice la tecnologia e la digitalizzazione, si è perso tra noi e l’ambiente, per cui purtroppo non abbiamo più empatia.





